La finzanza creativa che affossa i conti pubblici
Un mix di furbizia, incompetenza, superficialità e, se verrà dimostrata, anche volontà di truffare. C’è un po’ di tutto nel mondo dei derivati che incontra quello degli enti pubblici. Certo, ci sono i casi in cui la finanza crativa ha portato dei benefici alle casse del comune di turno. Ma troppi sono gli esempi in cui l’incanto del guadagno immediato si è dissolto come neve al sole, lasciando solo costi insopportabili per la Pubblica aministrazione. Il sole24ore.com ha visionato alcuni contratti stipulati da diverse municipalità, tentando di capire, al di là delle generiche denunce, cosa concretamente è accaduto, o accade ancora. Un derivato cui le amministrazioni ricorrono spesso è il cosiddetto Interest rate swap. Di cosa si tratta? Lo swap, in generale, è un contratto con cui due parti si impegnano a scambiarsi reciprocamente dei pagamenti di interessi calcolati su un determinato capitale.
Come funziona lo swap. In particolare, l’Interest rate swap serve a coprirsi, per esempio, dalla variazione del costo del denaro. Ecco come: Il Comune contrae un debito a tasso variabile;Per difendersi dalla volatilità del costo del denaro, l’ente si accorda con una banca; La banca pagherà somme periodiche, legate all’andamento del tasso variabile, al Comune; Il Comune, a sua volta, sborserà alla Banca delle cedole che sono però legate a un tasso fisso. Alla fine, lo scambio (lo swap) tra i pagamenti permette di compensare gli eventuali sbalzi della rata variabile. È questo l’uso classico che si fa di un simile contratto. E qui tutto potrebbe andare bene. Dov’è allora il problema? «Fino a qualche anno fa – risponde Fabio Amatucci, economista dell’ università del Salento e dello Sda Bocconi – simili contratti sono stati, in realtà, spesso utilizzati come strumenti di finanziamento e non di semplice copertura del rischio». Cosa intende dire? «Capitava che, per esempio, il derivato potesse prevedere la clausola dell’up front, cioè l’anticipazione al Comune di una determinata somma di denaro che, poi, sarebbe stata compensata dal gioco delle reciproche rate».
Il caso di un comune del sud Italia
Così è stato, ad esempio, per un contratto tra un piccolo comune del sud Italia e un istituto finanziario. La municipalità aveva un debito di 4 milioni di euro, ad un tasso medio del 5,09%, con la Cassa depositi e prestiti (Cdp). L’intesa prevede che: da un lato, l’istituto bancario anticipa alle casse comunali 248.000 euro; dall’altro, il Comune – oltre ad un complesso incrocio di cedole con la banca- si obbliga a sborsare una rata supplettiva del 7,7% se il tasso di mercato (l’Euribor a 6 mesi) supera, in un primo lasso di tempo, la soglia del 5,4 per cento. «Un rischio non da poco – spiega Amatucci -. La differenza tra il saggio medio pagato alla Cdp e la soglia limite è di soli 31 basis points. Un cuscinetto di sicuretta troppo stretto, a fronte del rischio di dover pagare ben il 7,7 % in più sul capitale. Tanto che il costo del contratto per il comune, all’inizio dell’operazione, era ben più alto dei 248.000 euro ricevuti». Vale a dire? «Abbiamo calcolato che l’accordo valeva circa 370 mila euro, quindi molto di più dei denari dati al comune». Insomma, la municipalità si è legata mani e piedi ad un derivato che aveva dei “costi occulti” notevoli e, ancora oggi, l’eventuale uscita dall’accordo sarebbe onerosa per la municipalità.
Tra incompetenza e contabilità
In tale situazione la domanda sorge spontanea: per quale motivo l’amministrazione di una piccola comunità si infila in un simile tunnel? «La risposta non è univoca – dice Amatucci -. C’è la voglia di incassare subito del denaro, con la speranza di posticiparne la restituzione nel tempo». Cosa che, però, spesso non accade, con i problemi che tutti conosciamo. «Inoltre, esiste un importante aspetto di natura contabile: l’up front, l’anticipazione di denaro, viene considerata un’entrata corrente quando, di fatto, fa parte di un debito che dovrà essere restituito». Ebbene, proprio grazie a questo “artificio” contabile si aggira il vincolo del limite di bilancio. Attualmente il patto di stabilià interno delle pubbliche amministrazioni prevede che: il rapporto rate di debit0/ entrate correnti sia inferiore al 15 per cento.
«Considerando l’up front non come debito che dovrà essere restituito, bensì un’entrata – sottolinea Amatucci -, il denominatore di questa frazione addirittura aumenta, facendo sembrare migliore la situazione contabile dell’ente comunale». Un vero paradosso, per non dire peggio. «Tanto che – precisa l’economista – nel 2007 il limite era stato portato all’1% e, di recente, diverse magistrature contabili regionali hanno statuito il divieto dell’utilizzo della clausola dell’up front». Basterà a risolvere la situazione? Difficile dire. Da una parte l’incompetenza, la “golosità” di amministratori che vogliono liquidità per creare consenso è dura a morire. Dall’altra, l’interesse delle banche a sfruttare l’occasione per portare a casa plusvalenze è molto forte. A ben vedere i derivati non sono il male in sé: secondo dati recenti, l’esposizione degli enti pubblici in Italia sui derivati verso le banche è oltre 35 miliardi e molti di questi sono utilizzati a fini di copertura, cioè in modo assolutamente. Tuttavia, come si è visto, non sempre l’hedging è al centro dei pensiero delle due contro parti e, giocoforza, va trovato un limite al loro utilizzo. Anche perché biosgna evitare che gli istituti finanziari, facendo firmare «manleve in cui si indica che la controparte è un operatore qualificato», possano sfuggire alle loro responsabilità, ovviamente quando queste vengano dimostrate.
(Sussidiario.net)